I funghi e la decomposizione delle plastiche contenenti bisfenolo | Neoteron

I funghi e la decomposizione delle plastiche contenenti bisfenolo

Così come la cottura aiuta le persone a digerire meglio il cibo, anche pretrattare le plastiche policarbonate – fonti di gravi danni ambientali poichè contengono bisfenolo A (BPA) – potrebbe essere la chiave per uno smaltimento più eco-friendly dei nostri rifiuti, secondo quanto sostenuto da ricercatori in un articolo pubblicato su ACS’ Biomacromolecules.
Mukesh Doble
e Trishul Artham, autori della pubblicazione, fanno notare che vengono prodotte ogni anno circa 2.7 milioni di tonnellate di plastica contenente BPA.

I funghi potrebbero rappresentare una via ecologica di smaltimento delle plastiche policarbonate contenenti Bisfenolo A

Il policarbonato è un materiale plastico estremamente resistente, ed è usato nei più svariati campi: dalle impugnature dei cacciaviti alle lenti degli occhiali, dai CD e DVD alle finestrature nell’edilizia civile ed industriale.

Una serie di studi hanno evidenziato come il bisfenolo A contenuto in queste plastiche potrebbe avere tutta una serie di effetti negativi sulla salute umana:  il Food and Drug Administration statunitense sostiene come bassi livelli di esposizione al BPA (come quelli odierni) appaiano sicuri per la salute (almeno secondo quanto mostrato da test tossicologici standardizzati), specificando però come recenti studi effettuati con approcci più sensibili abbiano destato preoccupazione circa i potenziali effetti del BPA su cervello, comportamento e prostata in feti e bambini piccoli.

D’altronde è recentissima la notizia che diversi stati hanno proibito la commercializzazione di biberon fatti di plastiche contenenti bisfenolo: oltre a Canada e Danimarca, ora anche la Francia li ha dichiarati nocivi per la salute dei neonati.
Dunque la ricerca di un modo sicuro per l’ambiente per lo smaltimento della plastica, per evitare il rilascio di bisfenolo, è quindi un campo in piena attività.

Bisfenolo A (BPA), composto organico con due gruppi fenolici

Gli scienziati indiani autori di questo lavoro hanno pre-trattato il policarbonato con luce ultravioletta e calore e lo hanno poi esposto a tre diversi tipi di funghi, tra cui il leggendario fungo white-rot, spesso usato per il risanamento ambientale dai più forti inquinanti.

Il risultato è stato che i funghi crescono meglio su plastica pre-trattata in questo modo, poichè usano il bisfenolo presente (ed altri composti) come risorsa di energia, decomponendo la plastica.

Dopo 12 mesi di analoga esposizione, non si è registrata alcuna decomposizione della stessa plastica non trattata, rispetto alla sostanziale decomposizione di quella pre-trattata, che non ha così portato a rilascio di BPA.

Fonte: EurekAlert! | Articolo completo


  1. 14 maggio 2010 a 16:09 | #1

    ci vorrebbe qualche micorrganismo che si digerisse tutto il petrolio, adesso!
    comunque, questa è un’ottima notizia: gira che ti rigira, sempre dalla natura traiamo la cura ai danni che facciamo!

  2. Antoo
    15 maggio 2010 a 1:38 | #2

    Si, una bella speranza per salvarci da noi stessi :P

    è singolare come per fabbricare oggetti spesso usa e getta si impieghi un materiale in fin dei conti quasi eterno come la plastica.. ma vabbe.. comunque ti segnalo un ulterore interessante articolo su Acque nostrane e “anomalie da imbottigliamento” (siamo un paese con ottime fonti, eppure anche il 3 consumatore al mondo di acqua minerale in bottiglia..)

    Link: L’acqua e la plastica – federconsveneto.it

     

    In ogni caso credo che già esistano in natura microrganismi acquatici (e marini in particolare) che siano in grado di metabolizzare il petrolio, ed inoltre molte ricerche sono in atto su microrganismi ingegnerizzati geneticamente per migliorare il loro potere “bonificatore” (con non pochi problemi, dato che si tratta di sviluppare ogm in lab capaci di sopravvivere [1] e avere vantaggio selettivo [2] in ambienti del tutto ostici come quelli inquinati), però ad oggi, nonostante esistano dei “protocolli di intervento” in caso di emergenze che prevedono anche una sorta di emulsione del petrolio vagante per l’oceano, per facilitarne la “digestione”, chiamiamola così, sicuramente i tempi di “bonifica” da parte di microrganismi sono mooolto maggiori a quelli che bastano al petrolio per dissestare completamente un ecosistema..

    sigh..

  1. 17 maggio 2010 a 18:23 | #1

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