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Archivio per maggio 2010

Disturbo ossessivo compulsivo: uno studio del 2007 rivela un possibile fattore ereditario

17 maggio 2010 2 commenti  

Definire univocamente il OCD, Disturbo Ossessivo Compulsivo (Obsessive-compulsive disorder), non è un’impresa facile, in quanto questo disordine mentale si presenta con una sintomatologia varia e articolata.

In generale, è associato a pensieri ossessivi e ad azioni ripetitive, rituali o formule volte a ridurre l’ansia derivante dalle ossessioni. Si tratta di un disturbo che colpisce il 2-3% della popolazione di cui recentemente si stanno scoprendo basi biologiche ed ereditarie.

Attività cerebrale in pazienti affetti da OCD e loro parenti stretti

Uno degli studi su questo argomento, del 2007, proviene dall’Università di Cambridge, pubblicato sulla rivista Brain. Per quanto sia noto che più individui imparentati possono soffrire di Disturbo Ossessivo Compulsivo, non è ancora stato scoperto un pattern genetico connesso; l’idea dei ricercatori di Cambridge riguarda la possibilità che tali geni possano influenzare la quantità di materia grigia in determinate zone cerebrali.

Utilizzando un test di risposta a stimoli uditivi e visivi, in cui i soggetti dovevano rispondere con una pressione di un pulsante a destra o a sinistra, il team di ricerca ha cercato di monitorare la capacità di dominare comportamenti compulsivi in un gruppo di due persone affette da OCD, un gruppo di loro parenti stretti e un gruppo di persone sane. I tre gruppi sono stati inoltre sottoposti a risonanza magnetica per ottenere immagini delle varie aree cerebrali.

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Categorie:Neuroscienze

I funghi e la decomposizione delle plastiche contenenti bisfenolo

13 maggio 2010 2 commenti  

Così come la cottura aiuta le persone a digerire meglio il cibo, anche pretrattare le plastiche policarbonate – fonti di gravi danni ambientali poichè contengono bisfenolo A (BPA) – potrebbe essere la chiave per uno smaltimento più eco-friendly dei nostri rifiuti, secondo quanto sostenuto da ricercatori in un articolo pubblicato su ACS’ Biomacromolecules.
Mukesh Doble
e Trishul Artham, autori della pubblicazione, fanno notare che vengono prodotte ogni anno circa 2.7 milioni di tonnellate di plastica contenente BPA.

I funghi potrebbero rappresentare una via ecologica di smaltimento delle plastiche policarbonate contenenti Bisfenolo A

Il policarbonato è un materiale plastico estremamente resistente, ed è usato nei più svariati campi: dalle impugnature dei cacciaviti alle lenti degli occhiali, dai CD e DVD alle finestrature nell’edilizia civile ed industriale.

Una serie di studi hanno evidenziato come il bisfenolo A contenuto in queste plastiche potrebbe avere tutta una serie di effetti negativi sulla salute umana:  il Food and Drug Administration statunitense sostiene come bassi livelli di esposizione al BPA (come quelli odierni) appaiano sicuri per la salute (almeno secondo quanto mostrato da test tossicologici standardizzati), specificando però come recenti studi effettuati con approcci più sensibili abbiano destato preoccupazione circa i potenziali effetti del BPA su cervello, comportamento e prostata in feti e bambini piccoli.

D’altronde è recentissima la notizia che diversi stati hanno proibito la commercializzazione di biberon fatti di plastiche contenenti bisfenolo: oltre a Canada e Danimarca, ora anche la Francia li ha dichiarati nocivi per la salute dei neonati.
Dunque la ricerca di un modo sicuro per l’ambiente per lo smaltimento della plastica, per evitare il rilascio di bisfenolo, è quindi un campo in piena attività.

Bisfenolo A (BPA), composto organico con due gruppi fenolici

Gli scienziati indiani autori di questo lavoro hanno pre-trattato il policarbonato con luce ultravioletta e calore e lo hanno poi esposto a tre diversi tipi di funghi, tra cui il leggendario fungo white-rot, spesso usato per il risanamento ambientale dai più forti inquinanti.

Il risultato è stato che i funghi crescono meglio su plastica pre-trattata in questo modo, poichè usano il bisfenolo presente (ed altri composti) come risorsa di energia, decomponendo la plastica.

Dopo 12 mesi di analoga esposizione, non si è registrata alcuna decomposizione della stessa plastica non trattata, rispetto alla sostanziale decomposizione di quella pre-trattata, che non ha così portato a rilascio di BPA.

Fonte: EurekAlert! | Articolo completo

Staminali endometriali per riparare i danni del morbo di Parkinson

7 maggio 2010 1 commento  

Secondo un nuovo studio condotto da ricercatori della Scuola di Medicina di Yale, cellule staminali derivate dall’endometrio (la mucosa che riveste la cavità interna dell’utero) e trapiantate nel cervello di topi da laboratorio affetti da morbo di Parkinson sembrano ripristinare la funzionalità delle cellule nervose danneggiate dalla malattia.

Neuroni sviluppati a partire da staminali del tessuto endometriale

I risultati della ricerca sono stati pubblicati nel Journal of Cellular and Molecular Medicine, ed anche se si tratta di dati preliminari, “rendono comunque verosimile l’ipotesi che del tessuto endometriale possa essere estratto da donne affette da morbo di Parkinson e quindi possa essere utilizzato per far ricrescere aree del cervello danneggiate dalla malattia” come sostiene il responsabile del team, Hugo S. Taylor, professore alla School of Medicine di Yale.

Per via della loro abilità di dare origine a nuovi tipi cellulari, le cellule staminali potrebbero rappresentare la chiave nel trattamento di diversi tipi di malattie (come nel caso specifico il Parkinson), in cui le cellule proprie del corpo siano danneggiate o del tutto morte.

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Il cioccolato fondente previene i danni cerebrali da ictus ischemico

6 maggio 2010 1 commento  
Uno studio del John Hopkins rivelerebbe gli effetti positivi della epicatechina, lo studio parte da osservazioni su una popolazione della costa di Panama.

Il cioccolato colpisce ancora. In questo caso si tratterebbe di cioccolato fondente, o meglio della epicatechina, un composto presente proprio nel celebre alimento. I ricercatori del John Hopkins University School of Medicine hanno eseguito una serie di esperimenti in cui, inducendo un ictus ischemico nel cervello murino per mancanza di afflusso sanguigno, hanno rilevato minori danni cerebrali in topi che avevano ingerito epicatechina novanta minuti prima.  

Struttura della epicatechina

L’aspetto più interessante degli effetti della epicatechina è che essa pare limitare i danni cerebrali anche se assunta 3,5 ore dopo l’ictus, a differenza degli altri trattamenti che devono essere attuati entro le tre ore dall’evento ischemico. È comunque da notare che, se somministrata dopo sei ore dall’ictus, la epicatechina non mostra alcun effetto positivo.  

Secondo Sylvain Doré, professore associato di Anestesiologia, Farmacologia e scienze molecolari, l’epicatechina stimola due vie di protezione neuronale, il che prepara il cervello a reagire ai danni.  

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